L’altro giorno, subito dopo l’annuncio ufficiale delle nuove stelle michelin, ho letto decine e decine di articoli sull’argomento, ormai sono anni che mi tengo informato sulla ristorazione italiana e mondiale, un po’ per lavoro un po’ per curiosità. Un ragionamento su tutti ha destato il mio interesse, quello del parallelismo tra la stella e la medaglia olimpica. In effetti il percorso per ottenere entrambe è molto faticoso, irto di dispiaceri e difficoltà che vanno ben oltre la normale vita lavorativa e agonistica. Entrambi i risultati sono fonte di emozioni e spesso di lacrime perché coronano anni e anni di sacrifici veri, e non è sempre detto che nonostante gli sforzi arrivino i riconoscimenti, qualcosa può andare storto durante l’esibizione e compromettere tutto il lavoro svolto fino ad allora. Il punto è un altro, per ottenere la stella o una medaglia olimpica bisogna lavorare duro sapendo che, dopo averli raggiunti e gioito per loro, quasi tutto finisce lì. Non diventi nessuno tranne che per quella nicchia di appassionati e anche quando il tuo operato riuscirà a trasformare un piccolo paese in una meta gastronomica resterai per il mondo un pinco pallino qualunque (e questo lo sai dal principio, sempre che tu non sia uno sprovveduto).

Per esempio, chi ricorda il nome dei vincitori della medaglia d’oro per il tiro con l’arco o del lancio del giavellotto alle olimpiadi? E quelli del campione di marcia longa e trampolino elastico? Eppure le olimpiadi si disputano ogni quattro anni perciò non dovrebbero essercene tanti di campioni. Lo stesso dicasi per le stelle che ogni anno vengono assegnate agli chef che hanno lottato e lavorato duramente per ottenerle, ma che spesso purtroppo restano anonimi senza una ribalta televisiva (ma qui parliamo di altro). Tanto di cappello non c’è dubbio anzi, guai se l’uomo facesse qualcosa di grande solo per la fama. E’ vero, potreste dirmi che meglio essere qualcosa per qualcuno invece che niente per tutti, ma il mio discorso è più ampio, altrimenti basterebbe l’ammirazione di un figlio per il padre a confutare il discorso.

E’ di poco fa l’annuncio della morte di Maradona e non si parla d’altro, è riuscito anche a interrompere le notizie sul covid19. La sua morte, come anche la sua vita, sta facendo discutere, appassionare e piangere buona parte del mondo, perfino io che non sono un tifoso ne ho risentito. E’ vero che la storia del calcio sopravalutato rispetto agli altri sport sia trita e ritrita, ma in questo breve pensiero è alquanto calzante. L’altro giorno in diretta ho visto uno chef piangere per aver ricevuto la seconda stella, non riusciva a parlare per l’emozione e mi ha fatto emozionare. La dedizione e il sacrifico esistono e sono autentici quando non hanno velleità di magnificenza, le lacrime di un ragazzo che da domani dovrà lavorare ancora più duramente per non perdere quanto guadagnato sono la testimonianza più sincera di quanto l’uomo possa essere grande senza secondi fini. Se fai qualcosa per diventare qualcuno agli occhi degli altri stai sbagliando strada, per gli altri non sarai mai nessuno perché la loro invidia offuscherà il tuo successo, almeno che tu non sia Maradona.

Cosa c’entra questa storia con me? Bevo un negroni entropico e ve lo dico.

To be continued
Fabio Rizzo